L’OPINIONE

L'obelisco di Axum? Lasciamolo dov’è

L’obelisco di Axum deve esser restituito all’Etiopia oppure rimanere nel centro archeologico e monumentale di Roma, dove si erge dal 1937? È un quesito che periodicamente si ripropone, in attesa di una risposta definitiva. Pur con qualche tentennamento, si pronunciarono per la restituzione pochi anni fa il governo guidato da Romano Prodi, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il sindaco di Roma Francesco Rutelli. Poi il governo precedente stanziò tre miliardi per l’operazione, il monumento venne avvolto in una impalcatura, non si sa se per qualche restauro o per una resezione in vari pezzi al fine del trasporto nella madrepatria; infine l’impalcatura è stata tolta ed il monumento è riapparso uguale a prima. È alto 24 metri, pesa 160 tonnellate e costituisce una nota importante nel paesaggio urbano tra il Circo Massimo e le Terme di Caracalla. Senza entrare in dettagli, ricordiamo che l’Italia occupò militarmente questa parte centrale dell’Africa Orientale, costituita da Somalia, Etiopia ed Eritrea, nelle campagne coloniali 1894-96 e 1936-37, in epoca fascista. Axum è una specie di Pompei africana situata tra le montagne del Tigrai, nei pressi del confine con l’Eritrea e non lontana da Adua, dove il 1º marzo 1896 l’esercito italiano subì una pesante sconfitta da parte degli Abissini, sconfitta poi, si sa, riscattata in epoche successive. Axum, centro di antichissima civiltà, conobbe una particolare importanza nei primi cinque secoli dell’Era Cristiana, quando fu capitale di un regno che giungeva fino al mare. Vi si trovano vestigia di antichi palazzi, tra cui quello della mitica regina di Saba, la cui tradizione è qui radicata come nello Yemen, dove, a Marib, ritroviamo il regno di Saba. Ma si sa che miti e leggende hanno sempre un fondo di verità e del resto i due Paesi, sulle sponde opposte del Mar Rosso, hanno sicuramente legami etnici e politici dalla preistoria. E in una straordinaria basilica cristiana copta di Axum, ricostruita dopo il 1535, si custodiva, secondo la tradizione, l’Arca dell’Alleanza qui portata da Gerusalemme dal figlio di re Salomone e appunto della regina di Saba. Secondo un’altra tradizione, l’Arca sarebbe finita a Roma; ma questo è un altro discorso. Ad Axum sorgevano numerosi obelischi, di cui uno, alto 21 metri, è rimasto in piedi. E gli italiani, con una operazione politicamente discutibile ma importante dal punto di vista tecnicoarcheologico, nel 1937 raccolsero i grandi blocchi di un obelisco giacente a pezzi sul terreno, li trasferirono con i camion al porto di Massaua, li imbarcarono su una nave per il trasporto in Italia, dove appunto a Roma l’obelisco venne restaurato e ricostruito. Poi la seconda Guerra Mondiale, la fine dell’im pero coloniale italiano, la ricostituzione di un unico Stato tra Etiopia ed Eritrea, finito miseramente tra le guerre che i due popoli si sono fatti, l’ultima conclusasi recentemente. Vorrei introdurre un ricordo personale. Nel 1974, quando il negus Hailé Selassié fu destituito da un colpo di stato militare, il sottoscritto venne inviato, per conto del settimanale OGGI, nella regione, per un servizio giornalistico. Giunti in aereo ad Addis Abeba, il fotografo Paolo Rocca ed io iniziammo un viaggio in auto diretti verso Asmara, capitale dell’Eritrea. Un percorso di montagna, un continuo saliscendi lungo la strada che gli italiani avevano costruito in epoca coloniale e ormai in grave dissesto. Un percorso di grande suggestione, toccando località come Dessiè, Magdala, Lalibela con le sue storiche chiese l’Amba Alagi, Macallè, l’Amba Aradam, Adua della Vittoria (così ribattezzata dagli Etiopi dopo la disfatta degli Italiani), Axum, il confine eritreo e infine Asmara. Un itinerario emozionante, con la riscoperta di ignorati mausolei ai Caduti Italiani, l’attraversamento di villaggi abitati da poverissimi pastori, lebbrosi, viandanti tormentati dalla fame. Con qualche rischio per noi, perché la regione era sconvolta dalla guerriglia e dai conflitti tribali. Certo la visita di Axum fu un momento culminante. Accanto a un modesto abitato una straordinaria area archeologica con un obelisco in piedi, altri pezzi più o meno eretti, dappertutto resti in stato di totale abbandono. L’Italia, per quanto ricordiamo, nel 1947 si era quasi impegnata a restituire l’obelisco di Roma; però, per quanto ricordo, ad Addis Abeba il nostro Paese costruì anche un ospedale quale riparazione per i danni di guerra. Oggi per restituire l’obelisco all’Etiopia bisognerebbe anzitutto farlo a pezzi, con il rischio di danni irreparabili, riportarlo con una nave a Massaua, porto dell’Eritrea, ostile anche se in questo momento non in guerra con l’Etiopia, far ripercorrere ad un convoglio di camion quelle stra de di montagna di cui ho un pessimo ricordo (come saranno ridotte ora?) per raggiungere quel luogo fantastico ma, come si dice a Roma "allo sprofondo", che è indubbiamente Axum. E allora, invece che iniziare un’impresa così insensata, non sarebbe più logico aiutare con interventi umanitari le popolazioni di queste terre martoriate? Oppure, se vogliamo promuovere una operazione culturale di alto rilievo, inviare sul posto una missione archeologica, attività in cui noi italiani siamo bravissimi, per studi, ricerche, restauro e rimessa in piedi di obelischi a pezzi, nuovi scavi e magari scoperte. Quanto all’obelisco di Roma, la sorte ha voluto che nelle immediate vicinanze fosse sistemata, nel dopoguerra, la sede della FAO, l’organizzazione dell’ONU per combattere il sottosviluppo e la fame nel mondo. L’obelisco di Axum ha finito così con l’acquisire una visibilità mondiale che mai avrebbe avuto nel luogo di origine. Del resto, l’ipotesi di ritorno in Africa del monumento sembra al momento allontanata. Infatti il sottosegretario al ministero per i Beni e le Attività Culturali del nuovo governo, Vittorio Sgarbi, ha espresso un deciso parere contrario al trasferimento. E allora ci permettiamo un piccolo suggerimento. Poniamo alla base dell’obelisco una targa con l’iscrizione: "L’Etiopia dona a Roma e al Mondo questo monumento testimonianza della sua millenaria civiltà". E così facendo, poniamo una pietra sopra l’ipotesi del trasloco.  

Luigi Bernardi