KABUL
Il caso delle antichità afgane
Certamente le sculture del museo di Kabul sono a grande rischio per i bombardamenti, se già non sono state distrutte. Queste opere avrebbero potuto essere messe in salvo se non fosse stato per il comportamento burocraticolegalistico dell’Unesco. L’Unesco aveva prodotto due strumenti legali con l’intenzione di proteggere il patrimonio del mondo come la Convenzione Unesco e l’Unidroit. Ma quando si è trovata di fronte ad una minaccia acuta e complessa, la sua capacità di azione si è congelata per dei cavilli legali. Il mondo delle antichità è diviso tra collezionisti e protezionisti. I primi sono accusati dai secondi di essere i distruttori del mondo dell’arte, quindi il commercio di antichità non dovrebbe esistere. I collezionisti si difendono dicendo che loro amano e conservano l’arte, hanno perciò il diritto di esserne proprietari da qualunque via essa gli arrivi. Ma come suggerisce Anna Somers Cocks, forse ambedue sbagliano. Non è forse vero che alla fine di questa guerra dovremo ringraziare i collezionisti per aver comprato pezzi dall’Afghanistan , dal momento che è probabile ne rimarrà ben poco? Ma certo questa non sarà una giustificazione da riciclare in altre circostanze. Se i Governi, come il Pakistan, decretano che nessuna antichità potrà mai lasciare il paese, per i trafficanti è probabile che il fastidio sia irrisorio, ma certo questo contribuisce al fallimento dell’Unesco di salvare i tesori afgani. Dunque la soluzione potrebbe risiedere in un dialogo più realistico e pragmatico delle tre parti, che dovrebbero ammorbidire le loro posizioni intransigenti di negazione reciproca.