Parola d’ordine privato

A noi che sosteniamo da trent’anni l’intervento dei privati al fianco dello Stato per la gestione del patrimonio culturale, le novità di questi ultimi tempi non possono fare che piacere. Alcune proposte, come la concessione ai privati della gestione di musei e aree archeologiche, vanno oltre le nostre più rosee previsioni. Eppure, c’è qualcosa che ci lascia perplessi. Niente di definito, soltanto una sensazione vaga di disagio, un avvertimento inconscio che ci induce a ragionare su quanto sta avvenendo, per cercare di capire dove andremo a parare. Nulla da obiettare sulla presenza dei privati, come dicevamo all’inizio, né sulle competenze che si vogliono attribuire loro. Qualche dubbio invece lo abbiamo per quanto riguarda i benefici che dovrebbero incentivarla, e ancora non vediamo chiaramente le linee progettuali entro cui i privati dovrebbero muoversi. Forse il principale moti vo di perplessità risiede nella possibilità che le imprese private riescano ad attuare idee veramente nuove nel campo della promozione e della fruizione. La principale organizzazione del settore, la Confindustria, sta operando per spingere le imprese su questa strada: organizza convegni e tavole rotonde, pubblica una rivista bimestrale, "ImpresaCultura", per fornire contenuti di idee e di analisi a chi voglia incamminarsi verso le nuove frontiere della produzione culturale, ma i risultati che abbiamo visto finora sono alquanto insoddisfacenti. Il progetto più ambizioso, quello per Pompei, per adesso ha portato soltanto alla gestione privata della biglietteria e dei servizi aggiuntivi, ma le ville pompeiane continuano a sgretolarsi e i restauri sono, come sempre, un problema della soprintendenza, disperatamente sola contro il tempo. Il progetto della Società Autostrade per la Villa dei Volusii è coperto dal silenzio e forse dovrà aspettare ancora molto prima di vedere la luce. Il resto è buio, un agitarsi confuso di idee progettuali che ancora non riescono a trovare il modo di orientarsi in una strategia complessiva. Non vogliamo addossare colpe alle imprese, tutt’altro. Vorremmo soltanto far notare che la cultura non si improvvisa e che l’impresa ha ancora qualche passo da fare per riuscire a coniugare la sua realtà con la produzione culturale. Le uniche avventure culturali delle imprese sono state finora quelle del collezionismo e della sponsorizzazione, esperienze insufficienti per passare senza traumi alla gestione di un patrimonio delicato e complesso come il nostro. Pensiamo inoltre che sia un errore chiudere la strada alle donazio ni individuali, che si orientano in genere su interventi molto concreti, facilmente controllabili nelle diverse fasi esecutive e, soprattutto, rispondenti a esigenze precise di conservazione e di protezione; interventi che sono comunque propedeutici a qualunque ulteriore azione volta a esaltarne, o a sfruttarne, le valenze economiche.