"SANTA MARIA DELLA NATIVITA'" scultura policroma inizi
secolo XVII scuola napoletana. Restauro effettuato dalla sede locale di Alvignano anno
1990. |
Uno degli
episodi architettonici di più grande interesse in tutta la Terra di Lavoro è costituito
dalla Chiesa di Santa Maria di Cubulteria – oggi più nota col titolo di San
Ferdinando – che nell’intestazione ricorda la città romana di Cubulteria, prima
sannita.
Sul momento della costruzione dell’attuale chiesa (forse l’VIII secolo) non si
hanno notizie certe e bisogna attendere la Bolla di consacrazione di Stefano Menicillo a
Vescovo di Caiazzo (1° novembre 979) per trovare menzione di essa.
Poiché in quel documento compare anche S. Maurus in Albinianu possiamo pensare ad una
progressiva decadenza dell’antica città a cominciare dai momenti difficili della
guerra greco-gotica e della successiva invasione longobarda fino alla definitiva
distruzione avvenuta ad opera dei Saraceni nel corso delle lotte che portarono, nella
metà del IX secolo, alla separazione del principato longobardo di Salerno da quello di
Benevento. |
La decadenza della città per fortuna non coinvolse la chiesa, che in gran parte si è
conservata anche perché in essa fu sepolto nel 1082 San Ferdinando d’Aragona, già
Vescovo di Caiazzo dal 1070.
Restauri risalenti agli anni cinquanta di questo secolo, in parte discutibili,
l’hanno rimessa in sesto, tanto da permettere una quasi completa lettura
dell’impianto originario.
La chiesa si sviluppa in tre navate, divise da pilastri e sfocia in un’ampia abside
perfettamente semicircolare. I muri della navata centrale, che anche in origine dovevano
sorreggere un tetto a capriate, sono forati da sette monofore arcuate per lato, che
conferiscono una buona luminosità al vano centrale, mentre le pareti delle navate
laterali sono state ricostruite cieche. La facciata ospita altre tre monofore, al di sotto
delle quali emerge un protiro. Sempre in facciata si aprono tre porte ad arco, mentre
ancora un ingresso è sulla navatella di sinistra, alla cui estremità si apre, di lato,
una cappella, costruita forse nel XII secolo per accogliere il corpo del Santo vescovo
caiatino. Il corpo absidale si caratterizza per la netta emergenza dell’unica abside
con copertura a gradoni di sapore bizantineggiante.
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L’interesse maggiore
dell’edificio risiede nella volumetria dell’interno di chiara ascendenza
paleocristiana – affidata alla dilatata spazialità della navata centrale, alla fuga
di arcate a tutto sesto su pilastri rettangolari, all’accogliente concavità
dell’abside – e nella tipologia muraria a listature, coerentemente impiegata in
tutto il perimetro originario esterno ed interno.
Scendendo ad un’analisi più particolareggiata, va osservato che le monofore sono
parzialmente chiuse da transenne in stucco, con decorazione a reticolo di quadrati
percorsi da diagonali o a fiorone esapetalo, difese allo loro sommità da un filaretto di
embrici; che il muro a sud della navata centrale è movimentato da rozzi ma efficaci
giochi di laterizi (due croci, un sole, una palmetta); che il frammentario pavimento è
oggi osservabile in due redazioni: uno in mosaico a tasselli bianchi intervallati da
archetti scuri nell’abside oppure
a tasselli bianchi più piccoli con ovoidi scuri nella navata – dove è anche, ad una
quota più bassa di 20 cm.,un fiore esapetalo in mosaico -, |
l’altro in grandi circoli farciti di mattoncini ovvero di suspensure in cotto.
Gli elementi che si impongono per una qualificazione stilistica dell’edificio sono
soprattutto la scansione a pilastri, la muratura listata, il protiro.
Eppure, questo monumento, unico nel suo genere in tutta la Valle del Medio Volturno, fonte
di analisi da parte di molti studiosi italiani e stranieri, stava lentamente e
inesorabilmente morendo.
A nulla erano valsi finora gli appelli che Archeoclub aveva rivolto ai vari Enti preposti
alla sua salvaguardia. Infatti fin dal gennaio 1990 la sede di Alvignano si era rivolta,
senza purtroppo nulla ottenere, all’allora Sindaco di Alvignano, al Vescovo, alla
Regione Campania, all’Assessore ai Beni Culturali della Regione Campania, al
Provveditorato Regionale per le Opere Pubbliche, all’Assessore provinciale ai Beni
Culturali, alla Soprintendenza monumentale di Caserta e Benevento.
Del suo precario stato e della necessità di un intervento immediato fu messo al corrente,
sempre nel 1990, l’allora Ministro per i Beni Culturali e dopo di lui i suoi
successori e della questione fu interessato anche il Comando Provinciale dei Vigili del
Fuoco di Caserta.
In seguito Archeoclub rese di pubblico dominio l’importanza della Basilica e la
necessità di un immediato intervento con articoli sui maggiori quotidiani regionali e con
conferenze stampa a cui partecipavano il prof. Luigi R. Cielo, studioso di Storia
dell’Arte medioevale, e il dott. Giuseppe Ticione, illustre storico di Terra di Terra
di Lavoro.
Ma ancora per anni molta attenzione da parte delle Autorità competenti e scarso
interesse.
Stante così il fatto, sentito il parere del nuovo parroco di S. Sebastiano M. sotto la
cui giurisdizione cade la chiesa, Archeoclub diede incarico ad un architetto di sua
fiducia di elaborare gratuitamente un piano di recupero e di ristrutturazione
dell’edificio. Il progetto fu presentato alla Soprintendenza, fu approvato e fu
iniziato l’iter per ottenere i finanziamenti necessari, ma mancavano i soldi (170
milioni).
La Basilica intanto, profanata anche da saggi archeologici curati dalla Soprintendenza di
Napoli, si presentava in un evidente stato di degrado: erbacce su tutta la struttura
muraria e sul tetto; profonde lesioni su tre pilastri della navata centrale, in un cantone
della testata della navata laterale sinistra e nell’attacco dell’abside con la
parete perimetrale; gravemente sconnesse le zone di muratura comprese tra
l’estradosso delle finestre l’appoggio delle travi di copertura; gravemente
fessurato l’ingresso principale, tanto da chiudere la chiesa al pubblico; carenze,
connessioni e forti lesioni nei collegamenti delle capriate con le murature portanti. A
causa di tali sconnessioni e alle conseguenti quasi giornaliere cadute di tegole, si
verificavano notevoli infiltrazioni di acqua piovana che danneggiavano la pavimentazione e
provocavano notevoli danni alla navata laterale sinistra, che, nel mese di giugno di
quest’anno, crollava.
Le continue pressioni della sede di Alvignano, che aveva trovato già un ottimo
interlocutore nella passata Amministrazione comunale, sempre sensibile e motivata al
discorso della salvaguardia dei beni artistici del territorio, hanno ricevuto buona
accoglienza anche dall’attuale Amministrazione, presieduta dalla dott.ssa Donatella
Andrisani, che ha fatto propria la precedente decisione di intervento e ha stanziato i
fondi necessari. L’iniziativa del Comune, gli appelli di Archeoclub, il movimento di
opinione pubblica cittadina hanno scatenato una reazione a catena: la Soprintendenza di
Caserta e Benevento si è convinta (finalmente!) della necessità dell’intervento ed
ha stanziato dei fondi per il recupero parziale del pregevole manufatto; il nuovo Vescovo
diocesano, Mons. Pietro Farina, non si è tirato indietro di fronte alle sue
responsabilità e i lavori sono iniziati a metà ottobre.
Era ora !
La Sede Archeoclub di
Alvignano vede così realizzarsi, dopo dieci anni di lotte, uno dei suoi obiettivi, forse
proprio quello per il quale questa sede si era costituita nel 1988. |