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CASTEL DI SANGRO CRITERI E METODOLOGIE DI INTERVENTI La chiesa della Madonna delle Grazie, situata alla periferia della cittadina di Castel di Sangro, risulta esistente sin dalla fine del XY secolo. All'esterno il sacro edificio ha conservato i suoi elementi caratterizzanti: la facciata in pietra squadrata, i due piccoli campanili a vela, l'elegante pronao a cinque arcate con le finestrelle quadrate, tipiche delle chiesette di campagna, che consentivano ai pastori e ai viandanti di fare omaggio di una preghiera anche quando non era consentito l'accesso. L’interno ha subito, invece, profonde trasformazioni che lo hanno fortemente impoverito: nulla rimane del soffitto settecentesco e degli arredi che lo impreziosivano. In questo conte- sto assumono forte valore di testimonianza l'altare ligneo e la scultura fittile recuperati ai loro caratteri originari grazie alla particolare sensibilità mostrata dalla Fondazione CARISPAQ, dall'ARCHEOCLUB d'ITALIA sede di Castel di Sangro, dalla Parrocchia di S.GIOVANNI BATTISTA e dalla popolazione locale.Si è trattato di un restauro molto complesso che ha richiesto un confronto continuo tra la direzione dei lavori, la committenza e gli operatori altamente specializzati nel settore. L’altare, in legno intagliato, dipinto e dorato, è opera di buona fattura dai caratteri seicenteschi, impreziosita da una piccola tela di discreta qualità e, soprattutto, da una notevole Madonna col Bambino in terracotta dipinta, risalente al XVI secolo. Vanno senz'altro sottolineate l'eleganza e la delicatezza del gruppo scultoreo: una mano abile ha felicemente plasmato una materia tenera che, come tale, ha aiutato l'artista ad ottenere una resa fortemente naturalistica. A causa proprio della particolare duttilità e fragilità, rari sono gli esemplari a noi pervenuti di sculture fittili, pur partecipando appieno l'Abruzzo della rinascita e dell'accelerazione di impegno che dal quattrocento la terracotta conobbe. Correlazioni tutte ancora da indagare si colgono tra la nostra opera e le belle Madonne di Pescocostanzo e Roccapia ma anche con i due Compianti di Pratola Peligna e dell'Eremo di S. Venanzio e il restauro da poco concluso costituirà senz'altro uno stimolo ad approfondire l'analisi storico-artistica dell'opera. Infatti, la rimozione degli strati di vernice sovrammessa che ottundevano il rilievo, il consolidamento e la reintegrazione del colore originario ci consentono oggi di cogliere la finezza del modellato e di apprezzare la minuta ed accurata attenzione ai particolari. Un recupero analogo di vigore plastico e di ricchezza decorativi è stato ottenuto a conclusione dell'intervento condotto sull'altare ligneo. Il criterio ispiratore è stato il ripristino dei caratteri originari e il rispetto della tecnica di esecuzione del manufatto: costituito da varie essenze lignee (pioppo, ontano, pino), dopo essere stato intagliato, era stato dipinto a tempera e dorato con oro in foglia a guazzo. L’opera versava in avanzato stato di degrado a causa della forte presenza di umidità nella chiesa e, soprattutto, a causa dei distruttivi interventi effettuati in passato. L’azione dei tarli favorita dalle condizioni ambienta- li, aveva fortemente indebolito la struttura lignea al punto che alcune parti di essa erano ridotte in polvere. Le zone a contatto con il pavimento ed il basa- mento erano completamente fatiscenti. L’altare inoltre era totalmente ridipinto in tutte le sue parti, i resti più cospicui di cromia originaria sono stati recupera- ti nella nicchia grazie al fatto che vi era stata applicata sopra una carta dipinta che ha avuto una funzione protettiva mentre solo piccole tracce sono state rinvenute qui e la sul resto della superficie nei punti più difficilmente raggiungibili, a significare che la decorazione originaria, molto probabilmente già deteriorata, è stata rimossa per facilitare l'esecuzione della ridipintura. L’altare non si trovava inizialmente nella posizione attuale ma era addossato al muro, come si evince sia dalla tecnica costruttiva che dal fatto che tutto il retro dell'opera è di esecuzione più tarda..La nicchia, inoltre, è stata ingrandita e resa più profonda in modo da poter ospitare la scultura in terracotta, per cui anche quest'ultima aveva presumibilmente una diversa collocazione. Per quanto attiene al restauro, si è reso innanzi tutto necessario iniziare l'intervento con lo smontaggio completo, l'imballaggio e il trasferimento in laboratorio dell'altare. Dopo una curata verifica congiunta della direzione lavori, della committenza e dei restauratori si è concordato sulla estrema gravità dei degrado dell'opera e, di conseguenza, sulla necessità di procedere ad un intervento che non si limitasse a rispondere rigidamente a criteri puramente conservativi, ma che si ponesse come obiettivi il recupero strutturale e il ripristino della piena godibilità dei valori estetici del manufatto. In particolare l'attenta ed estesa reintegrazione pittorica, basata sui resti di cromia originaria già citati, ha voluto restituire leggibilità all'opera, altrimenti completamente snaturata da un intervento che si fosse limitato a conservare quelle parti minime della decorazione a noi pervenute e a lasciare, di conseguenza, la quasi totalità della superficie a legno a vista come non era in origine. Dopo la disinfestazione, sono state rimosse le ridipinture con solventi idonei preliminarmente testati e mezzi meccanici usati con ogni cautela ed è stata eli- minata la carta dipinta nella nicchia; si è poi proceduto al fissaggio del colore e degli strati preparatori originari, al consolidamento e risanamento della struttura lignea comprensivo della sostituzione delle parti irrecuperabili. La stuccatura con gesso di Bologna e colla di coniglio ha preceduto il tratta- mento delle lacune della pellicola pittorica con colori a tempera ed acquerello e delle dorature con foglia d'oro zecchino. La patinatura delle zone integrate e l'applicazione di un protettivo finale, nonchè la finitura a cera delle parti a legno a vista hanno concluso l'intervento. |