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12/04/2006
UNA RICHIESTA AL NUOVO GOVERNO

Domani è un altro giorno

Come abbiamo sempre detto a noi non interessa appoggiare un partito
in particolare. A noi preme che i beni culturali ricevano, in
termini di tutela e di valorizzazione, un’adeguata considerazione dalla
politica in generale. E francamente vi devo dire che nessuno schieramento,
finora, è mai riuscito a valutare il patrimonio culturale come la materia
prima della nazione, come l’unica vera risorsa su cui ricostruire la rinascita
sociale, culturale ed economica dell’Italia. Ciò è accaduto per una serie di
ragioni determinate anche dalla incapacità di programmazione e di
concertazione dei nostri governanti. Ma il motivo per cui questo straordinario
comparto dell’arte e della memoria è stato considerato un peso e
non un valore, un costo e non una risorsa di sviluppo,
è perché nessuno mai ha creduto veramente che da chiese, musei, castelli, centri
storici e siti archeologici potesse partire il segnale della ripresa.
I fallimenti dei grandi progetti nazionali come quello
dei “giacimenti culturali” o quello degli itinerari turistico-culturali del
Mezzogiorno degli anni Ottanta, dimostrano che non c’era credo
né programmazione nella cosiddetta industria della cultura. E la continua,
emorragica riduzione delle risorse ad essa destinate
testimonia il totale disinteresse al suo investimento e al suo rilancio. Anzi.
Le scelte di questi ultimi dieci anni l’hanno condannata a morte.
Anche allo stato attuale, a ben leggere i programmi
dei due schieramenti, non c’è nei confronti del patrimonio culturale quella
visione “olistica”che potrebbe rendere l’Italia il più bel Paese del mondo.
Non ci sono decisioni forti né chiare strategie che spieghino che cosa fare
per il futuro del turismo e dei beni culturali italiani. Eppure in altri
Paesi, come la Spagna, la Francia e la
Germania, la cultura in cui i Governi hanno tanto investito
negli anni addietro si sta rivelando un fattore trainante di crescita.
In Italia siamo nel guado. I dati parlano chiaro. Dagli 87 milioni di euro
destinati al patrimonio culturale nel 1995 si è scesi a 37 milioni nel 2005, un taglio di circa
la metà in dieci anni. La quota si è attestata allo 0,31 per cento del
totale del bilancio, con il 75 per cento assorbito dalle spese correnti, mentre la
media europea oscilla intorno allo 0,50 pur disponendo gli altri Paesi di un
patrimonio artistico inferiore.
La situazione è talmente grave che attualmente le soprintendenze
per pagare le bollette o le spese per i sopralluoghi, o garantire la pulizia nei
musei utilizzano le risorse destinate a progetti finalizzati. Molti Archivi
di Stato, inoltre, hanno denunciato l’impossibilità di far fronte alle spese di
gestione per assicurare il funzionamento ordinario delle strutture e al
necessario adeguamento dei locali, in molti casi non più idonei a
contenere l’imponente documentazione pubblica. Si, avete capito bene. Per
ragioni di spazio si dovranno probabilmente distruggere o disperdere le
memorie della nostra Storia! In tutto questo sconquasso permane pure il blocco
delle assunzioni e del turnover (e la notizia recente di un concorso,
dopo dieci anni, per qualche posto di storico dell’arte in una soprintendenza
italiana ci fa sì fare i salti di gioia, ma è solo una goccia d’acqua nel deserto).
Eppure sono nate 17 nuove soprintendenze regionali mentre i direttori generali,
con la recente riforma del ministero, sono passati da 5 a 50. Ci chiediamo dove
siano stati trovati i soldi per pagare loro gli stipendi (forse dai proventi
del gioco del Lotto?). Anche i musei nazionali segnano il passo, quest’anno, per
la prima volta in dieci anni, hanno arretrato la qualità dei servizi; è in crisi la
Soprintendenza speciale di Pompei, la Fondazione del Museo egizio di Torino
non riesce a partire, casi di grave degrado si registrano in alcuni siti tutelati
dall’Unesco, come la Val Camonica - in cui migliaia di incisioni rupestri sono
abbandonate all’incuria - o la Val di Noto (pagina a fronte) in cui è in corso un
attacco al territorio. Ha chiuso anche la Domus Aurea, a Roma, e Piazza
Armerina non sta certo meglio con la sua cronica mancanza di servizi e di
custodi, oltre che di finanziamenti per le ricerche archeologiche ferme da anni.
Allo scenario devastante si aggiunga, come potete leggere nella pagina
successiva, uno schizofrenico comportamento della classe politica che, non avendo
una visione chiara dell’insieme né un obiettivo strategico di arrivo, da anni cuciono
da una parte e sfasciano dall’altra. Oggi la trama che compone il sistema dei
beni culturali italiani si presenta rabberciata, sdrucita e piena di buchi.
Il compito della valorizzazione che la devolution ha affidato alle Regioni è troppo
arduo per certi amministratori locali; quello della tutela di competenza statale è
troppo poco per i bravissimi soprintendenti italiani che per anni hanno
protetto il territorio italiano. Il nuovo codice dei beni culturali, già rimaneggiato
pochi anni fa, è diventato un contenitore confuso e scialbo, i ministri che si sono
succeduti allo scranno del vituperato dicastero sono apparsi inconcludenti e vuoti.
Un altro esempio di scarsa efficacia dei provvedimenti in materia è
quello della guida alle agevolazioni fiscali
dal titolo“Investire in cultura”, presentato qualche giorno fa a Roma. Si
tratta di un prontuario che spiega sulla base della normativa vigente
quali sono le agevolazioni per le aziende che investono in beni culturali e
nello spettacolo.
L’idea, portata avanti da qualche anno specie
dall’ultimo Governo in carica, è ottima perché il ruolo dei privati costituisce
un volano indispensabile per la valorizzazione di settori strategici della
tradizione culturale italiana. Ma anche questo lavoro, nonostante il suo
lodevole intendimento, risulta ancora una volta insufficiente perché
le aziende la cui logica d’investimento è il beneficio tangibile non
sono incentivate in modo sostanzioso visto che i loro interventi a favore dell’arte –
sono deducibili solo in minima parte dal reddito d’impresa. Il dato parla chiaro:
solo l’uno per cento di imprese italiane investe in cultura. E ciò accade
sostanzialmente perché i dicasteri della cultura e dell’economia
non si sono mai accordati su questo punto
non avendo chiaro l’obiettivo finale da realizzare: trasformare il sistema dei beni
culturali nel comparto principe del Paese.
Anche negli altri campi della società civile, come la scuola e la televisione,
si parla di arte, di storia e di architettura solo a ricreazione o a tarda notte,
quando le veline sono andate a dormire e il Grande fratello ha chiuso le
telecamere della diretta. In un recente sondaggio su un campione di ragazzi
tra i 15 e i 24 anni è risultato che l’arte interessa a meno di un terzo degli
intervistati, mentre nei nuovi programmi scolastici la musica scompare del tutto.
Le arti nel Paese una volta culla dell’arte stanno irrimediabilmente svanendo
divenendo pulviscolo impercettibile, bagliore evanescente. e con esse pure
la bellezza e l’unicità italiana. La ricerca del Financial Time sui luoghi più belli e
incontaminati del mondo ci dice che noi non ci siamo. Secondo gli inglesi sono
più suggestivi rispetto all’ex BelPaese il Montenero o gli Emirati Arabi.
Stiamo perdendo i pezzi della nostra storia, non era certo questa l’Italia
dei beni culturali che Archeoclub d’Italia progettò nel suo statuto 35 anni fa.
Ma allora, noi che di questo viviamo - fomentando le municipalità del
volontariato alla valorizzazione, alla formazione, alla conoscenza - da quale
punto ripartiamo? Da quel dato col segno positivo che, pur nel caos di
un paese da reiventare, si presenta, incredibilmente, sul versante della domanda
di cultura. Tra i pochi settori di consumo che durante il 2005 sono cresciuti, si trovano quelli
relativi ai servizi ricreativi e culturali con un timido, ma incoraggiante + 1 per cento:
nella crisi economica che ha investito l’Italia, nonostante l’offerta sia sempre più sciatta
e insoddisfacente la spesa, e dunque l’interesse, rivolti alla cultura hanno
tenuto! E noi che non abbiamo mai mollato il nostro Paese e abbiamo continuato a
chiedere più cultura e beni culturali per tutti insistiamo nella lunga marcia verso la resurrezione
culturale progettando campi di ricerca, corsi di
formazione, viaggi alla scoperta di siti archeologici o di chiese persi nell’oblio;
denunciando abusi e soprusi al paesaggio, cercando contributi per restaurare opere
dell’arte minore; collaborando con le soprintendenze,
sostenendole e valorizzando il loro operato che pare non interessi più a
nessuno; promuovendo quanto più possibile l’informazione sui beni
culturali con i nostri giornali, il nostro premio Antiqua, il nostro sito internet.
E’ una massa preziosa di attività, un movimento continuo di azioni civili
che produce energia e positività, voglia di fare, voglia di cambiare.
Una punta di diamante che anno dopo anno penetra nel tessuto connettivo del
Paese, rompendo, modificando, modellando, forgiando. E forse in questo continuo
ribollire di insoddisfazione e sfacelo, azioni ed inazioni, stiamo contribuendo
a formare una nuova generazione di cittadini, sensibili e acculturati,
abili e preparati, che non hanno paura di prendere decisioni forti e controcorrente,
che vogliono lavorare veramente per il proprio Paese, e dunque all’altezza di comprendere che la ricchezza artistica d’Italia è l’unica strada verso la ricchezza sociale ed economica.
Quando tutto sarà pronto per quel new deal di uomini nuovi, per quel “domani sarà un
altro giorno”, noi ci saremo.